14 ago 2011

Il libro e lo Zen

Ieri ero seduta in un angolino adibito a sala d'aspetto, da sola. Parquet, poltroncine bianche e un piccolo tavolino basso al mio fianco. Appoggiato sul mio lato del tavolino c'era un libro ingiallito dal tempo e dalle tante mani tra cui era passato.
Adoro i libri.
L’ho sfiorato con delicatezza:  il titolo era impegnativo.
L’ho preso e ci ho giocato un po’ facendolo roteare tra le mani. Le pagine erano piacevolmente porose al tatto. L’ho avvicinato cercando di percepirne l’odore: quando il libro è nuovo amo sentire l'odore di inchiostro e quando è vecchio amo l'inconfondibile profumo di carta stampata mista a polvere e patina del tempo; questo era decisamente vecchio.
Che strano… Quel libro era lì; apposta per chiunque si fosse seduto in attesa.
L’ho aperto e sfogliando a caso ho iniziato a leggere.
È successa una cosa strana, sembrava che rispondesse ai miei dubbi di questi giorni. Ho chiuso e riaperto il libro due, tre, quattro volte scorrendo con gli occhi sempre parti diverse.
Leggevo ma mi sembrava che, al contrario, fosse il libro a leggermi dentro. Non potevo crederci…

Poi mi hanno chiamato. Ho chiuso il libro e l’ho rimesso lì ad attendere qualcun altro.
Lo so non dovrei, ma è da ieri che ci penso …………………………………..

7 ago 2011

Senza aria

Ci vorrebbe una scossa a risvegliarmi da questo torpore che mi invade. 
Sono immobile, incapace, incosciente, inesistente. 
Sto qui ferma ad aspettare che i giorni passino, si susseguano, si ripetano senza intensità. 
Questo posto mi cancella, distrugge la mia energia.
Mi nascondo in un limbo senza emozioni attendendo il mio ritorno.
Ho bisogno di un pugno in faccia.
Ho bisogno di rinascere. 





5 ago 2011

Una volta eravamo in tre

Una volta eravamo in tre. 
Con me c'erano sempre A. ed R. 
Andavamo a scuola insieme, uscivamo da scuola insieme, il pomeriggio passeggiavamo insieme e la sera ci facevamo lunghe telefonate. 
Ci dicevamo tutto, non c'era dubbio o problema che non venisse analizzato in tutte le sue parti prima di trovarne una soluzione. E' vero, a volte eravamo macchinose, strampalate nelle nostre risoluzioni ma, quasi sempre eravamo geniali.
All'università avevamo scelto ognuna una facoltà diversa e ci eravamo un po' perse di vista ma le telefonate e le passeggiate, anche se un po' più rade, erano le stesse. 
A volte prediligevamo le strade meno affollate dove nessuno potesse distoglierci dal nostro chiacchierare: erano sempre tante le cose che dovevamo raccontarci!
Ovunque andassi non mi sentivo mai sola. Anche in Giappone, dall'altra parte del mondo, era bello sapere che avrei sempre potuto chiamare R. o A.e sentirmi dinuovo a mio agio. Ero sicura che mi avrebbero potuto capire. Loro sapevano come mi sentivo: bastava un tono di voce, una parola.
A volte, dopo lunghe lontananze, ci davamo appuntamento a casa mia e passavamo ore sul letto ad aggiornarci prima di uscire.
Poi siamo andate a vivere ognuna in una città diversa, sono successe cose e sono rimaste le telefonate... a volte. 








Fantasie di una mente malata 2

Il pulman correva a tutta velocità ed io guardavo fuori dal finestrino cercando di scorgere, tra un sussulto e l'altro di fossi e buche, il  mare in lontananza. C'era un frastuono di voci e parole che urlavano tutto intorno, tanto era stracolmo il pulman, ma io non ci facevo molto caso. 
Un lungo viaggio e un bagaglio leggero: proprio quello che ci voleva. Quanto avevo immaginato questo momento!
Ero sola, una sensazione strana, un po' triste ma eccitante.La cosa bella è che mi sentivo libera. Non avevo orari, compiti, impegni, qualcuno a cui rendere conto. Ero libera; avrei potuto girare i tacchi e andarmene se solo lo avessi voluto! Nessuno avrebbe potuto dirmi che ero pazza a farlo! Potevo fare qualsiasi cosa!
L'autista mi svegliò da questi miei pensieri per avvertirmi di scendere.
Senza neanche fermarmi a ringraziare, infastidita da questa interruzione, scesi gli scalini del pulman e andai diretta verso la striscia azzurra che si allungava davanti ai miei occhi. La sua vista mi ipnotizzava. Un azzurro meraviglioso a perdita d'occhio. Non c'era fine.
Di colpo era sceso il silenzio accompagnato solo da un ritmo ondoso leggero, quasi impercettibile. Mi tolsi le scarpe, la sabbia era sottile, bianca, affondavo le dita dei piedi come a cercare qualcosa : ero arrivata.
Mi spogliai completamente dei vestiti sudati e li lasciai cadere sulla sabbia, mi guardai intorno, ero sola. Cominciai a camminare tagliando l'acqua, fresca, avvolgente... mi immersi e mi lasciai galleggiare con la pancia in su. 
Questo era tutto quello che volevo.

FINE DEL SOGNO