In fondo, in penombra, illuminato da una tenue luna che filtrava tra le serrande, s'intravedeva il solito omino panciuto, con i baffi e gli occhiali che studiava con attenzione il grande libro ad un centimetro dal naso. Era una lista scritta fitta, con calligrafia fine, rotonda, senza sbavature.
Chiamò i nostri nomi e ci avvicinammo cercando di non inciampare sui piedi degli altri che si accalcavano. L'omino alzò la testa, ci scrutò con occhi miopi da sopra gli occhiali e ci fece cenno di passare.
Come al solito, la mia amica cominciò ad indietreggiare, si voltò con gli occhi angosciati e corse via. Non era facile attraversare quell'entrata; la lasciammo andare e proseguimmo attraverso la grande porta di marmo.
La luce della stanza esagonale ci fece perdere momentaneamente l'orientamento: era sempre la stessa storia. Ci fermammo un attimo per far abituare gli occhi al ritrovato bagliore e ci andammo a sedere sulle poltrone di velluto rosso.
La stanza era gremita di gente, il maestro dalla sua scrivania osservava con viso sereno gli astanti.
Ci accomodammo, lasciai cadere le gambe, sprofondai nel velluto rosso e mi lasciai trasportare dai pensieri. Passai in rassegna le immagini che mi si presentavano e sorrisi all'idea che nessuno aveva ora bisogno di me, non avevo impegni, né orari; mi accoccolai soddisfatta e chiusi gli occhi assaporando l'assenza di pensieri.
Poi cominciò a parlare. La voce calda entrò fluida nella mia testa e il mio corpo cominciò a vibrare. Di lì a poco si sarebbe unita anche la mia anima., mi aprii all'attesa. E così fu... mi sentì trasportare in alto, leggera mentre la brezza della notte mi accarezzava la pelle . Finalmente ero lassù, aprii gli occhi e cominciai a volare nel buio della città dormiente. Distesi le braccia e virai a destra e poi a sinistra mentre il mio cuore mi sorrideva beato.

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